Leggi gli articoli dell'anno:   2018


Pagina 1 di 2

1 2 -> >>
 Pubblicato il:  09 Luglio 2018

Eroi del Risorgimento calabrese: i cinque Martiri di Gerace

Nel tardo pomeriggio di sabato 2 ottobre 1847 sulla piana di Gerace sede di uno dei tre distretti di cui era divisa la Calabria,
ulteriore prima, con la fucilazione dei cinque giovani si consumava in modo tragico l'epilogo del moto insurrezionale che dal tre al 6 settembre 1847 aveva interessato il distretto Geracese.

Michele Bello da Siderno, Rocco Verduci da Caraffa del Bianco, Domenico Salvadori da Bianco, Pietro Mazzone da Roncella e Gaetano Ruffo di Bovalino in quel pomeriggio autunnale immolarono la loro giovane vita per veder trionfare l'ideale di libertà.

Ma chi erano questi cinque giovani che la storiografia postunitaria a facilmente dimenticato e  sistematicamente ho messo da tutti i testi scolastici?
Certamente non erano degli "sconsigliati", così come si come si scrisse nell'atto di morte, né degli improvvisatori immaturi, bensì,
nonostante la giovane età, avevano una buona maturità ed erano ben consapevoli dei problemi sociali e politici del tempo.
La permanenza a Napoli gli aveva ben temprati e maturati in tal senso.
I cinque martiri avevano molti punti in comune tra loro, a cominciare dall'origine sociale delle loro famiglie.
Appartenevano tutti e cinque alla ricca borghesia terriera e togata che si era sviluppata nel regno di Napoli a fine settecento e che guidò i moti rivoluzionari di fine secolo e dei primi anni dell'Ottocento.
Bello, Verduci, Mazzone, Ruffo e Salvadori, con la maggior parte dei figli maggiorenni delle famiglie borghesi dell'epoca, dopo aver iniziato gli studi nei paesi natii, si trasferirono altrove per proseguirli.
Pietro Mazzone partì alla volta di Napoli e così fece il Gaetano

Leggi tutto ...
Effettua il login per lasciare un commento
 Pubblicato il:  05 Luglio 2018

Ai martiri di Gerace

La loro età non superava i 28 anni quando furono fucilati per ordine del governo borbonico il 2 ottobre 1847 e i loro corpi furono gettati in una fossa comune detta "la lupa". Appartenevano a famiglie facoltose ed erano stati inviati a Napoli per frequentare gli studi universitari necessari per il loro brillante avvenire, verso il quale sembravano indirizzati.

Nella città partenopea si nutrirono delle nuove idee liberali e patriottiche che ormai circolavano in Europa fra gli strati della borghesia illuminata,  e per la loro vivacità furono rimpatriati dalla locale gendarmeria. Inoltre Michele Bello, Gaetano Ruffo e Pietro Mazzoni erano massoni (i primi due iniziati nella Loggia "Losanna" di Napoli e il Mazzoni nell'"Umanità Liberale" di Catanzaro) portatori e testimoni di una morale che impone di essere tolleranti e rispettosi nei confronti di tutti gli uomini e della loro dignità. (I Martiri furono ispiratori di tutte le logge sorte nella Locride). In Calabria i giovani elaborarono un piano insurrezionale, insieme a G. Domenico Romeo di Reggio Calabria e approvato dal Comitato di Napoli, che prevedeva la sollevazione contemporanea di Messina, non avvenuta perché fallita sul nascere, di Reggio Calabria, soffocata nel sangue con la decapitazione di Romeo, e del Distretto di Gerace, per propagarsi poi in tutto il Regno.

I Cinque si attivarono nell'ambito del Distretto e occuparono Bianco, Ardore, Siderno e Gioiosa Ionica al grido di W Pio IX, W l'Italia, W la Costituzione, abbatterono gli stemmi reali, abolirono la tassa sul macinato, catturarono il Sopraintendente di Gerace, il palermitano Antonio Bonafede, che si

Leggi tutto ...
Il Bonafede manifestò di nuovo tutta la sua ferocia: sollecitò la Commissione militare giudicatrice a concludere subito i lavori, fece da "testimone implacabile con cinismo sfacciato e con viltà d'animo di fronte a quei giovani che, con tanta generosità, gli avevano salvato la vita, che ora egli così malamente usava vomitando accuse contro di loro". Si attivò perché l'esecuzione fosse fatta in tempi brevi per non dare tempo al generale Nunziante inviato dal re a spegnere la rivolta di poter chiedere e ottenere la grazia sovrana, perseguitò dopo l'esecuzione anche i familiari e i compagni del moto con efferata determinazione, tanto da provocare un nuovo suo trasferimento. Gli insorti furono condannati "per essersi macchiati di lesa maestà e per aver commesso atti prossimi all'esecuzione di detti misfatti" e furono fucilati il 2 ottobre 1847 sulla Piana di Gerace. In effetti erano "colpevoli" di aver chiesto la Costituzione e il riconoscimento della dignità dell'uomo, calpestati da un potere assoluto e dispotico, nonostante che la Rivoluzione Francese, anticipata da quella americana, avesse affermato i diritti inviolabili dell'uomo e del cittadino. I loro corpi martoriati vennero gettati nella fossa comune detta "la lupa". Alla fucilazione erano stati condannati anche Stefano Gemelli di Bianco e Giovanni Rossetti di Reggio Calabria, entrambi di 47 anni, ma la pena capitale fu commutata in 30 anni di carcere perché non considerati capi. Il vescovo di Gerace mons. Luigi Maria Perrone qualche giorno dopo, durante una funzione religiosa tenuta nella maestosa cattedrale normanna, esultò per la fucilazione dei Cinque, tenendo un'omelia sul tema "Moestitia nostra conversa est in gaudium"!

L'esecuzione dei Cinque Martiri riempì di sdegno e d'orrore l'Italia e il mondo intero. In molte città si protestò e si celebrarono solenni esequie.Numerose furono le persone che, nelle varie regioni italiane, in onore della loro memoria, portarono il cappello alla calabrese. A Rocca di Neto, alcuni cittadini avevano organizzato il rapimento di Ferdinando II, ma furono traditi e arrestati. Il re, definito tra l'altro "ignorante e testardo, alieno dai buoni studi, che guardava di traverso gli uomini di lettere e scienze e li derideva col nome di pennaruli", dopo quattro mesi dalla fucilazione fu costretto a concedere la Costituzione, che poco tempo dopo rinnegò. Il movimento insurrezionale capeggiato dai Cinque non ebbe un grosso seguito perché la gente comune non conosceva il significato di libertà -abituati per secoli alla monarchia assoluta- né quello di libertà di stampa -per una popolazione per la maggior parte analfabeta. Non c'erano elementi culturali sufficienti per legare le aspirazioni della borghesia e quelle del proletariato. L'azione rivoluzionaria non era matura; il popolo non era sufficientemente educato a sopportare il peso della libertà perché non ne conosceva i termini. Il moto, che in ogni modo contribuirà ad aprire le coscienze dei calabresi, fallì anche per l'impreparazione militare del seguito e per la mancanza di un capo che sapesse dirigere e coordinare la complessa operazione. Sul luogo della fucilazione sorge un monumento inaugurato il 7 giugno 1931, sul quale è collocato un pannello bronzeo raffigurante la fucilazione degli Eroi, opera dello scultore Francesco Jerace.

Una lapide in marmo bianco riporta scolpito:

RIPETANO I SECOLI CHE QUI VENNERO FUCILATI
IL 2 OTTOBRE 1847
  • SALVADORI DOMENICO DA BIANCONOVO
  • MAZZONE PIETRO DA ROCCELLA JONICA
  • BELLO MICHELE DA SIDERNO
  • RUFFO GAETANO DA BOVALINO
  • VERDUCI ROCCO DA CARAFFA

PRECURSORI DI LIBERTA'
ANNO 1931

Fonte: www.comune.gerace.rc.it

Effettua il login per lasciare un commento
 Pubblicato il:  29 Giugno 2018

Omaggio ai Martiri di Gerace

Vi invito a rileggere con me queste pagine stupende della nostra storia del 1847 che si sono verificate nel distretto di Gerace e a ricordare che questi avvenimenti vanno collocati nel contesto di pagine gloriose come i moti insurrezionali delle due Sicilie, dal 1820 al 1847.
Fatti che ci impongono di non perdere di vista il nostro patrimonio ideologico, la storia l'Italia,  quella del Risorgimento, che ci spinge ad un sentimento nobilissimo, di amor di patria.
La libertà è progresso e civiltà. Questa narrazione è la sintesi delle finalità della lotta per l'unità della patria, un ricordo solenne del passato, un attaccamento alla nazione, la fede nei grandi valori risorgimentali  per raggiungere la libertà, il progresso politico, economico e sociale.

La finalità era solo una, divenire liberi nel regno costituzionale di Ferdinando II. Per ciò si gridava nelle contrade: "Viva la liberta".
Ma c'è da chiedersi: questi programmi quali effetti ebbero sulla popolazione? E' stato ipotizzato che la stragrande maggioranza della gente non poteva avere la cultura, la maturità politica, la preparazione la preparazione per competere il senso del messaggio, per recepire le motivazioni, per le quali occorreva rischiare la vita in favore di un regime costituzionale.
Dinnanzi ai cannoni della agguerrita marineria borbonica, alle dure repressioni poliziesche, alle malversazioni e intimazioni dei politici corrotti del governo borbonico, il popolo purtroppo ha spesso subito senza protestare, a volte a rinnegato, a volte ha tradito con informazioni alla polizia, per cui sono stati compromessi i programmi e per cui sono state eseguite condanne alla pena capitale.

Leggi tutto ...
E' stato così a Sapri, con la spedizione di Pisacane, e anche in alcuni luoghi della nostra Calabria, come appunto in occasione della sacrificio dei Martiri di Gerace.
Qui vi fu una forte resistenza. Ha scritto Umberto Sorace Maresca, che storico non era, ma studioso attento: "Pochi, arditamente alzando il vessillo di Pio IX, si erano mossi per conquistare la costituzione". "Il resto del distretto rimase ostinatamente fedele al sovrano, a Gerace nella reazione contro i ribelli". Fedeltà ai Borboni dovuta ad ignoranza, ad instabilità a mancanza di equilibrio, e da un volere contestare e avversare chiunque avrebbe potuto turbare un clima già reso pesante, una opposizione a tutto ciò che poteva costituire una progressiva prospettiva diversa da quella di un regime, quello borbonico, che impediva persino di pensare e di reagire. Le condizioni economiche sociali erano gravi, conseguentemente la reazione popolare non poteva essere che questa.
L'attiva propaganda dei patrioti è stata spesso purtroppo, inefficace per la scarsa sensibilità e preparazione culturale e politica di buona parte delle popolazioni. E' stato scritto, proprio da Villani, che il Risorgimento è stato un evento che ha interessato soprattutto delle eliete e non le masse.
E' stato proprio così. Affermare diversamente significa essere parziali, voler compiere forzature che nulla hanno a che fare con una serena e rigorosa ricostruzione dei fatti. Bello, il patriota,
il 5 settembre del 1847 si recò a Reggio Calabria, dove la città era rivolta. A Bianco andò Salvatori, Ielasi e Verduci e prepararono gli animi alla rivolta. Il 3 settembre Bello sì portò a Bianco dove diede l'annuncio della costituzione e rese noto che Reggio Calabria era in rivolta.  Pare che l'entusiasmo avesse coinvolto le popolazioni in un grande tripudio, però, purtroppo, non fu così. Una piccola parte delle popolazioni del distretto accentò in pieno e con convinzione il piano costituzionale, aiutato e solidarizzando con i patrioti. Il 3 settembre a Bianco sventolava il tricolore ed era stata proclamata la costituzione. Mentre gli agenti del governo, in altri centri del distretto, arrestavano tutti coloro che erano favorevoli al nuovo ordine di cose, fu catturato e imprigionato un uomo del regime, Antonio  Bonafede, sottintendente del distretto di Gerace.…..

Il 6 settembre 1947, al mattino, con la truppa nazionale a Siderno, i patrioti confidavano che fosse resa la libertà ai prigionieri nelle patrie galere, detenuti per reati comuni. Intemperanze, astiosità, persecuzioni non sono servite mai a nessuno, tanto meno a riappacificare gli animi, anche se questi atti furono compiuti dai patrioti.…
Quando a Gerace avvenne lo sbandamento, dovuto ad alcuni segnali partiti da un vagone, si pensò che si trattasse di un'imbarcazione armata che avrebbe dovuto bombardare   un paese. Tutti fuggirono anche i capi della rivoluzione, che considerarono intempestivamente fallito il moto costituzionale.
La reazione dei Borboni fu ferma, pronta; i patrioti, poi martiri, furono portati dinanzi ad una commissione. Ripetiamo i loro nomi: Michele Bello, Don  Rocco Verduci, Don Pietro Mazzone, Don Gaetano Ruffo, Don Domenico Salvatori, Don Stefano Gemelli, Don Giovanni Rossetti, imputati, si legge nella sentenza, di lesa maestà, tutti "per aver commesso atti prossimi all'esecuzione del detto misfatto nel distretto di Gerace".Così scriveva la pubblica accusa, ma i fatti narrati nel dispositivo della sentenza non rispondevano al vero. Ad uno studio attento, che lo sostiene il Prof. Borzomati; personalmente effettuato, risulta un linguaggio burocratico, mellifluo, intriso di evidente contraddizione:
E' chiaro che prima ancora dell'inizio del processo, la sentenza non poteva essere che una: la condanna morte; in effetti, essa concludeva: "la commissione militare - si trattava infatti di giudici militari - tutti ad unanimità di voto, uniformemente alle conclusioni del pubblico ministero, ha condannato e condanna Michele Bello, Rocco Verduci, Pietro Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvatori, Stefano Gemelli,  Giovanni Rossetti alla pena di morte col mezzo della fucilazione, dai eseguirsi domani 2 ottobre 1847 prima delle ore 22:00".
Per Gemelli e Rossetti la pena capitale verrà in seguito commutata a molti anni di ferri.Vanno ricordati, in conclusione, i momenti strazianti dell'esecuzione, che poneva così termine ad un grande e generoso atto di patriottismo per la libertà, per la costituzione, per l'unità della patria fortemente agognata, narra Visalli: "alla lettura della sentenza,  i prigionieri diedero prova di grande dignità, l'ascoltarono con serena freddezza, meno commossi nell'aspetto dei loro aguzzini". Alle due pomeridiane furono condannati alle carceri dalla contigua Chiesa dei Conventuali di San Francesco per le estreme pratiche religiose - anche questo aggettivo è carico di significato.  Avevano le mani legate e inceppati i piedi. Vennero cinque sacerdoti. A Bello si accostò il canonico Bova, arciprete della Cattedrale, a Verduci il Protonotario Domenico Antonio dei Muià di Siderno, a Ruffo il canonico Domenico Frascà, a Mazzone il propio concittadino teologo Vincenzo Ieraci, a Salvadori il canonico Giovanni Sculli, segretario del vescovo di Gerace…..
Con valoroso coraggio Salvadori baciò più volte il crocefisso, Ruffo e Bello erano rassegnati, Mazzone impassibile, Verduci incedeva con sublime non curanza dinanzi al plotone di esecuzione; Salvadori gridò, e ripeterono gli altri: "fratelli, coraggio, muoriamo da forti, viva la costituzione". Lo scoppio di 40 moschetti troncò il grido della vita. I cadaveri furono gettati alla rinfusa nella fossa comune del convento, mentre la soldatesca risaliva a suon di banda in città.……
Questi martiri erano appena dei giovani… ai quali la pena era stata commutata a 47 anni di carcere, erano in appena vent'anni, nel fiore della giovinezza. Non è una frase fatta, i Martiri di Gerace sono spensierati, ma fino ad un certo punto: erano, a vent'anni, adulti, maturi culturalmente e politicamente, fermi nel loro convincimento, tenaci nella lotta; sapevano di dover pagare un prezzo altissimo, la loro stessa esistenza, ma credevano nel valore e nell'efficacia dell'unità della patria. Giovanissimi martiri, il loro esempio, la loro abnegazione possono costituire oggi per i giovani e -mi sia consentito anche - per meno giovani, un qualificante punto di riferimento, qualificante per l'eccezionale valenza etica di una scelta; la disponibilità nel donarsi, l'amore sviscerato per la patria, il senso pieno nei 20 anni di questi ragazzi immolati per il bene comune, per un avvenire, che poi il nostro, meno incerto. Tutto questo noi oggi dobbiamo ai Martiri di Gerace

Fonte: il Risorgimento in Calabria: L'iniziativa liberale e il ruolo dei cinque Martiri di Gerace

Effettua il login per lasciare un commento
 Pubblicato il:  23 Giugno 2018

Brevi cenni biografici sui cinque Martiri

Pietro Manzoni nacque a Roccella il 21 febbraio 1819 da Giuseppe e da Marianna Barba da Catanzaro.
Era iscritto in giurisprudenza all'Università di Napoli nella quale città frequentò il Comitato Centrale rivoluzionario diretto da Carlo Poerio. Perseguitato dalla polizia per motivi politici fu costretto ad abbandonare gli studi
Di carattere fermo ed austero era tuttavia un passionale e partecipò con tutto il suo entusiasmo ai Moti rivoluzionari del 1847
Dopo l'uccisione fu trovato nella tasca del suo vestito il romanzo di Scott La Pitonessa dei Montanari Scozzesi con una pagina macchiata di sangue Bellissima la lettera scritta alla propria fidanzata Eleonora DeRiso fulgido esempio l'amicizia dimostrata per il compagno Ruffo.

Michele Bello nacque ad Ardore il 5 dicembre del 1822 dal Dottor Domenico Antonio e da Maddalena Marando visse a Siderno sin dall'infanzia.
Fu  un generoso e molto episodi della sua vita lo testimoniano. Evitò lo spargimento di sangue e intervenne autorevolmente perché si risparmiasse la vita al Bonafede. Studiò legge a Napoli. Perseguitato dalla politica fu costretto a rimpatriare.

Lascio scritti due drammi Il Cieco e Ugo Parma. Quest'ultimo fu rappresentato nel 1843 al teatro dei Fiorentini di Napoli. Scrisse inoltre "Un Inno alla Croce" e un "Autoritratto " ed un "Requiem".

Rocco Verduci nacque a Caraffa di Bianco il 1 agosto del 1824 da Antonio e da Elisabetta Mezzatesta. Fece i suoi primi studi nel seminario di Gerace poi a Reggio e si scrisse in giurisprudenza all'Università di Napoli da dove fu espulso dalla polizia per motivi politici.
Tornato a Caraffa venne arrestato per le sue idee

Leggi tutto ...
 Pdf
Effettua il login per lasciare un commento
 Pubblicato il:  20 Giugno 2018

I cinque Martiri di Gerace, eroi della libertà

"I Cinque Martiri di Gerace eroi della libertà politica e civile furono tutti calabresi. La storia ufficiale non parla di loro come non fa cenno degli eroi di Vigliena,  ma noi oggi li ricordiamo perché anche con essi, con il loro sacrificio e il loro sangue, contribuirono perché l’Italia fosse una dalle Alpi al mare." dr. Ettore Aglioti - fonte: Gerace città millenaria.

Poesia di Dr. Pietro Fimognari

AI MARTIRI DI GERACE

Erano belli e attorno ai loro volti,
trasumananti,  un vivido bagliore
sirradiata e mi pareano Santi
perché Santi ed Eroi sono una cosa.


Tra tra il salmodiar  dei  litanianti preti
il rumor  di catene e il cielo grigio
quasi fosse in gramaglie, i loro volti
brillavano come soli.

E il popolo atterrito non trovava
un grido ed un singhiozzo,
e negli occhi sbarrati invan cercava
una lagrima. E un vento di follia
sconvolgeva  le menti.


Ma come scroscio di tempesta immane,
alto un fremito atroce fece eco
ai fucili, ed un urlo sovrumano
si ripercosse dalla Piana al monte!

Erano belli, resupini in terra,
giglio pareva il viso sul pianoro
verde, ed il rosso del sangue donato
sublime ideal parean la beffa
postrema all'oppressore, ed alle genti,
qual simbolo di vino,
additavan la via.

Effettua il login per lasciare un commento

Ricerca nel sito

  

Modulo Login

  Registrati

Alcune foto tratte dal film "Tempo di amarsi"